I libri della prima giornata/ Perulli

perulliPaolo Perulli, Visioni di città. Le forme del mondo spaziale, Einaudi, Torino 2009

Il testo rivela come oggi, a fronte della dissoluzione della forma urbana e della relativa struttura sociale, alcuni sociologi si dedichino allo studio dell’articolazione spaziale dei rapporti sociali, alla lettura della “immaginazione geografica”, all’uso di tecniche interpretative di tipo induttivo e figurale. Con un percorso che potremmo dire di ritorno rispetto a quello avvenuto nel secondo Novecento, quando gli urbanisti muovono verso le scienze sociali, queste ultime sembrano oggi indirizzarsi verso procedimenti tradizionalmente propri delle arti figurative e dell’architettura. Per Paolo Perulli, in particolare, le visioni di città sono tracce che persistono nella memoria collettiva, residui di forma urbis scampati alla dissoluzione della società pre-industriale. Sorta di archetipi junghiani, le visioni  sopravvivono, nell’inconscio sociale, alla dialettica dell’illuminismo ed assurgono a “irrinunciabili direzioni di senso della nostra civilizzazione”.

Frammenti di un linguaggio comune, esse si caratterizzano come costanti delle trasformazioni territoriali, anche contemporanee: nell’informe della conurbazione sono elementi di decodifica che, come moderne steli di Rosetta, svelano il significato di materiali apparentemente insensati, comunque non descrivibili per mezzo di approcci interpretativi di tipo analitico. In questo senso le visioni sono “figure” che – insegna la retorica – consentono di spiegare induttivamente concetti complessi, difficili da restituire con approcci di stampo logico-deduttivo. Al contempo esse hanno valore ontologico in quanto, al di là del senso che si attribuisce loro ai fini interpretativi, si traducono in materiali urbani concreti, frammenti che emergono come rovine all’interno del magma informale della città contemporanea.

Le figure sulle quali lavora Perulli sono sei: il centro, il cerchio, il bordo, la zona, il vuoto e la rete. Per ognuna di esse il testo sviluppa una trattazione autonoma, fatta di richiami alla letteratura, alla composizione, alla storia della città e alle teorie sulla sua costruzione, alle sociologie di riferimento per ognuna delle città di cui si fornisce descrizione.

Il senso del centro è indissolubilmente legato a quello stesso di urbanità: il sinecismo è costruzione di centro (edifici e spazi pubblici) cui solo successivamente segue insediamento. Delfi è sicuramente il centro del mondo (non solo antico) pur non presentando affatto struttura urbana (e questo indurrebbe peraltro a valutare il ruolo dello scenario naturale in cui Delfi è inserita: la valle millenaria con gli ulivi, i costoni arborati, il mare sullo sfondo). Anche la città del Movimento moderno – a partire dalla Garden city di Howard – si costruisce sul concetto di centro, iterato e disposto a distanza conforme (la città ideale è difatti poli-centrica). Nello scenario contemporaneo, invece, il centro tende a tradursi in piega, iper-semantizzazione puntuale non relazionata con il contesto e che segue logiche autonome (si tratta dei cosiddetti “centri senza centralità” della città generica).

Il cerchio è concetto complementare a quello di centro, è la visione che caratterizza la forma della città nel suo complesso, dalle origini alla modernità: sono circolari i villaggi preistorici e le città utopiche, è circolare la corona della città moderna che si concretizza nel Ring di Vienna, nella Stadkrone di Taut, nella Mosca di Melnikov e in tanti piani urbanistici del Novecento.
Nella conurbazione contemporanea è proprio il concetto di cerchio che viene meno: essa non ha limiti e sostituisce alla verità della forma circolare, che è anche forma della pubblica arena, quella dello “stadio virtuale che proietta sui quattro lati di un enorme cubo lo spettacolo mondiale (…) espressione di questa illusione che lo spazio riproduce per noi alle diverse scale”. Un’ illusione che trasfigura il cerchio in bordo, elemento di segregazione che sigilla i diversi materiali urbani creando frame isolati, controllati, segregati da “mura interne di sicurezza”. Ripensare i piccoli scarti che fanno di ogni bordo un margine impreciso è, invece, la lezione che per Perulli va assunta dalle esperienze di Geddes e di Mumford: al fine di trasformare i limiti in ponti, intermediari tra zone differenti, tra urbanizzato e campagna. Così sfruttando il carattere peculiare della conurbazione che alcuni studiosi caratterizzano come edge city per l’estrema vitalità che si registra nelle parti periferiche, nei punti di contatto, nei momentanei ed effimeri suoi limiti.

Proprio questa vitalità, se ben indirizzata, può contribuire a creare mixitè, ad incrinare il fondamento di zoning che informa, seppur in maniera caotica, la costruzione della conurbazione: ibridando ed integrando, garantendo al contempo diversità (società) ed identità (comunità). Integrando con i pieni il vuoto, riconosciuto e valorizzato proprio come luogo di pausa e di silenzio: “fare vuoto significa rinunciare a consumare spazio e altre risorse preziose, non riproducibili”. Significa, anche, ragionare sul rinnovato senso della piazza alla scala della conurbazione ed al tempo d’oggi: come alla fine dell’impero romano quando “il vuoto deserto diventa abitabile, si riempie di vita spirituale, vi si insediano comunità”.

Elemento di sintesi tra le diverse visioni è, infine, la rete: a differenza che per altre figure qui l’autore proietta il discorso in chiave maggiormente progettuale, verso una rinnovata costruzione di tessuto connettivo tra le parti isolate e/o segregate della conurbazione. Perulli riporta al proposito una citazione di Le Corbusier,: “… è apparso un nuovo elemento biologico; si tratta di un semplice circuito perimetrale che si limita a cingere la città (la corona, ndr), ma già alcune ramificazioni hanno stabilito il contatto con la rete delle circolazioni interne, che dovrà, un giorno, essere attraversata da nuova linfa: trasformazione che doterà la metropoli di un autentico sistema di unità edilizie, apportatrici di bene agli uomini”.
Così la rete assurge a metaxy,  elemento di connessione tra zone e vuoti, tra corona esterna e centri, forzando bordi e definendo nuovi cerchi, sia alla scala locale sia alla scala geografica d’insieme.

(Enrico Formato)

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Perulli a Fahrenheit

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1 comment so far

  1. Attilio Belli on

    Quello che mi sembra interessante del libro di Perulli è l’interesse a non seguire nella ripresa dello spazio sacro il riferimento a Durkheim, che lo considera una costruzione sociale, ma quello di uno storico delle religioni conme Guénon che lo legge, attraverso la coscienza degli esseri umani, nei simboli. Un percorso interessante, da sviluppare ancora, per riuscire ad essere realmente di sostegno alle pratiche urbanistiche esangui.


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