I libri della prima giornata/Bianchetti

i-boo-urbanistica-e-sfera-pubblica-largeCristina Bianchetti, Urbanistica e sfera pubblica, Donzelli, Roma 2008

Il testo tratta del ruolo dell’urbanistica nella società contemporanea: dell’affievolirsi delle relazioni tra proposizioni disciplinari ed opinione pubblica e della posizione marginale che il sapere sullo spazio sembra occupare nella concreta sua trasformazione.

La trattazione è articolata secondo una struttura saggistica apparentemente lineare – con una descrizione di casi-studio inquadrati da riflessioni teoriche – ma che ad una attenta lettura svela un carattere segnatamente ciclico, fatto di continue oscillazioni tra discorso teorico generale e narrativa. I due registri, che mai sono in rapporto di esemplificazione diretta, generano, così disposti, un ritmo a tratti sincopato, adeguato alla restituzione del complesso intreccio di riflessioni che propone l’autrice: interessata non a fornire soluzioni ma a definire difficoltà, stanare contraddizioni, cristallizzare paradossi, mettere in tensione posizioni critiche e competenze disciplinari tradizionalmente anche non contigue.

Filo conduttore del discorso è l’afasia con la quale si descrive la modalità (patologica) con la quale l’urbanistica di oggi di dispiega: al di fuori di una nitida interpretazione del reale e in assenza di una compiuta capacità di articolazione linguistica (il linguaggio si dà infatti solo in quanto mezzo di comunicazione). Incapacità che – al di là dell’intenso lavoro svolto negli ultimi quindici anni dagli urbanisti, impegnati soprattutto a descrivere nuove forme e modalità del contemporaneo e a “fare i conti con l’individualismo e l’imprevedibilità dei comportamenti” – ha portato alla sostanziale scomparsa dell’urbanistica dall’agenda politica e dalla riflessione pubblica.

Eppure, nonostante ciò, il territorio continua ovviamente a trasformarsi, ad essere scena concreta per l’articolazione dei rapporti sociali, a rappresentare terreno di scontro economico e struttura delle identità locali. Ma qual è il rapporto tra questo incessante mutare ed il pubblico, inteso sia come spazio fisico, sia come capacità di condivisione e formazione di opinioni?

Il racconto dei casi-studio fornisce risposte indiziarie a questa domanda, soprattutto, come accennato, distillando per ogni caso le difficoltà salienti: la perdita di una chiara intenzionalità pubblica (caso dello Schema direttore per il fiume Pescara); la definizione di un “bene comune” in presenza di variegati e contrapposti interessi (Piano particolareggiato della spiaggia di Sottomarina); l’apparente “centralità” dello spazio pubblico nel progetto urbano (Nuovo quartiere Romanina); la debolezza del discorso pubblico in merito alle trasformazioni urbane (Villaggio olimpico e Spina 3 a Torino).

Dalla disamina di queste difficoltà Bianchetti prova a risalire alle tangenze tra progetto e sfera pubblica, attraverso, soprattutto: 1) la centralità dell’immaginazione in quanto produzione di immagini «che possano dirsi convincenti, condivise, compiacenti»; 2) il tentativo di fare i conti con l’incompiutezza e l’informale: «assumere la fluidità come condizione utile al mantenimento di un alto numero di pratiche. Non ridurre, ma aumentare il numero di usi. Non selezionare, ma aprire»; 3) la rivalutazione della soddisfazione privata rispetto alla sola dimensione pubblica, tradizionalmente intesa come fine del progetto urbanistico (puntare a quella che Bianchetti definisce un’ottica di “conciliabilità”).

Rispetto queste asserzioni l’autrice riconosce diversi atteggiamenti: l’impegno, l’immersione e l’evasione.

L’impegno, «diagnosticando le ingenuità, gli errori, le falsificazioni», contribuisce a ricostruire un’opinione pubblica, restituendo all’urbanistica il ruolo di tessuto connettivo tra società e governo politico (al quale spesso finisce anche per fornire una dimensione etica, travalicando il perseguimento degli interessi strumentali ed ambendo ad ideali di tutela e qualità spaziale).L’immersione, fatta di avidità descrittiva ed ansia partecipativa, si traduce in un “progetto debole” che mira a divenire trasversale ed aperto alla pluralità dei giochi.
L’evasione, basata su un paradossale realismo che estrapola dal presente frammenti da elevare a modello, riconduce alla strutturale contraddizione tra la ricerca di (evanescenti) sfere pubbliche ed incapacità dello spazio di darne conto.
Tutte e tre le posizioni caratterizzano l’urbanista come un sopravvissuto, scampato alla dissoluzione del pubblico ma proprio per questo condannato a ricostruirne nuovamente un senso, facendo proprio della «impossibilità del riferimento al pubblico in senso tradizionale, l’oggetto principale della propria scrittura».

(Enrico Formato)

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3 comments so far

  1. Alfio Prigioniero on

    Il libro di Cristina Bianchetti con la sua insistenza sul fatto che i progetti degli urbanisti non dicono nulla “sulle attuali pratiche di potere e di conflitto nella città che cambia” mi è piaciuto di più di quello di Perulli. Diffido della riflessione che esalta la leggerezza del virtuale e finisce verso lo sviluppo della dimensione trascendente e il ritorno al sacro.

  2. Ester Donninelli on

    Non ho ancora letto il libro, ma lo farò presto. Penso che invece possa essere interessante lo sviluppo della dimensione trascendente e il ritorno al sacro. Il simbolo, come idea del simbolo intendo, è stato così tanto usato, nell’arte, nella comunicazione pubblicitaria, dai messaggi politici, che è stato svuotato della sua essenza. Forse non cerca l’uomo di recuperare un contatto, una zona propria tra lo svuotamento dei valori e la proclamazione scenografica?

  3. http://google.com on

    Regards for composing “I libri della prima giornata/Bianchetti Maintenant l’urbanistica”. Iwill certainly end up being back for far more browsing and commenting here shortly. Many thanks, Reagan


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