I libri della seconda giornata/ Attili

attiliGiovanni Attili,  Rappresentare la città di migranti. Storie di vita e di pianificazione urbana, Jaca Book, Milano 2008

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I fenomeni migratori sono oggi in crescita e ciò causa trasformazioni sempre più rilevanti dei luoghi e delle città. «Le città divengono coacervo di differenze, contraddizioni, conflitti». Il nomade è allora, secondo Attili, colui che resiste all’omologazione, aprendosi in maniera creativa alle trasformazioni, andando a rompere le rigide armature che imprigionano la disciplina urbanistica. L’obiettivo dell’urbanistica, secondo l’autore, è «la ridefinizione dell’abitare dell’uomo nel mondo mediante l’interazione con altri orizzonti disciplinari».

Nella sua analisi l’autore mette in discussione sia il concetto di appartenenza ad un territorio, che quello di identità. La figura del nomade, infatti, non considera l’appartenere ad un territorio come possesso materiale, bensì come interazione tra uomini, tra pratiche sociali. La città diviene così luogo delle differenze e degli incontri, introdotte dai nomadi, in continua ridefinizione e rigenerazione. Le città, così come vuole farcele conoscere l’autore, sono attraversate da più soggetti nomadi (immigrati, migranti, pendolari) e perciò caratterizzate da una condizione di mobilità, che si affianca a quella della stanzialità. L’esigenza è  arrivare a definire nuovi strumenti di analisi/rappresentazioni e di azioni politiche, in grado di restituire la complessità degli attuali orizzonti urbani.

In questa prospettiva il libro, nel primo capitolo, propone una analisi di come oggi l’urbanistica possa avvicinarsi al fenomeno dei migranti, considerandolo come una opportunità per interrogarsi sulle città in via di trasformazione, per elaborare nuovi metodi e nuove tecniche, ma soprattutto per aprirsi ad altre discipline.
L’autore continua approfondendo, nel secondo capitolo, il rapporto tra le rappresentazioni e la città. Le rappresentazioni costruiscono significati che, in quanto tali, hanno la possibilità di condizionare il rapporto tra uomo e realtà; per questo, Attili suggerisce «la necessità di dichiarare il punto di vista adottato e le modalità descrittive prescelte», così da rendere la rappresentazione anche un atto politico. «La rappresentazione è sempre l’esito della relazione che si instaura tra l’osservatore e il contesto in cui si trova ad interagire».

Le stesse mappe, utilizzate quali strumenti di analisi urbanistiche, rappresentano il territorio, ma non sono il territorio. La rappresentazione cartografica esprime l’interesse dell’urbanistica per i “corpi solidi” che sembrano muoversi in “città di pietra”, in cui la dimensioni sociale, quella relazionale e quella temporale risultano del tutto escluse. La cultura urbanistica italiana ha, infatti, utilizzato la cartografia per rappresentare in maniera più fedele lo spazio, trascurando completamente altre tipologie di analisi giudicate distorte e non scientifiche.
Attili propone la partecipazione e la democrazia “democratizzata” e inclusiva come un nuovo modo per conoscere in maniera appropriata le popolazioni urbane: è proprio la partecipazione, così come espressa da De Carlo e da Paba, che permette di rappresentare la città contemporanea nella sua complessità.

Il terzo capitolo è dedicato all’approfondimento della metodologia di ricerca utilizzata, qualitativa. La complessità di fenomeni urbani, come quello dei migranti richiede, secondo l’autore, un approccio conoscitivo e di rappresentazione basato sulle “storie di vita”. Attili evidenzia il carattere innovativo di tale metodologia, ascrivibile all’interno dei metodi di ricerca qualitativi, che non utilizzano il mero dato scientifico ma si avvicinano al soggetto, alle sue esperienze di vita, ai suoi percorsi esistenziali. Dunque non solo interpretare l’oggetto di analisi, ma  investigarlo così da rendere il soggetto conoscente parte integrante della realtà oggetto di ricerca. La ricerca qualitativa si configura, in questi termini, come «azione di costruzione del mondo e del pensiero a partire dal punto di vista dell’osservatore» e quindi come un «processo situato di scrittura ed interpretazione di processi sociali».

Il quarto capitolo prosegue con l’analisi approfondita del metodo biografico, composto da racconti di vita, scritti o orali, prodotti da soggetti ritenuti di particolare importanza per il loro vissuto. La storia di vita, secondo l’autore, non è altro che una storia, appartenente all’universo dell’esperienza narrativa, e diventa tale nel momento stesso in cui si racconta. La storia di vita si dispiega in un testo (racconto) ed acquisisce senso in un atto narrante (narrazione) come azione sociale complessa.
Una ricerca che utilizza storie di vita deve essere strutturata tematizzando, in primis, il suo oggetto  (contesti e obiettivi); quindi deve familiarizzare con il campo della ricerca (luoghi, spazi, ecc..); infine deve compiere una scelta degli intervistati. Una volta strutturata la ricerca, la fase successiva si basa sul rapporto che si realizza tra ricercatore e intervistato, fondato sull’ascolto attivo, sulla volontà di creare un rapporto coinvolgente e complice. La storia di vita, conclude  Attili, nasce dal rapporto tra ricercatore ed intervistato. Per questo nasce l’esigenza di creare intorno alle storie di vita una cornice, per riconoscere il ruolo svolto dal ricercatore e  per capire la posizione assunta dall’intervistato. La cornice descrive, infatti, tutto ciò che è contenuto nell’intervista e viene omesso dalla trascrizione, spiegando il senso e la direzione intrapresa dalla storia di vita.

Il quinto capitolo si concentra esclusivamente sull’esperienza dell’autore, nel caso studio romano del Rione Esquilino, caratterizzato da una forte presenza di migranti.  I nuovi abitanti dell’ Esquilino fanno emergere un  tipo di comunità non stanziale, la cui identità viene prodotta attraverso una rete dinamica di relazioni e di pratiche.
All’interno di questo cammino descrittivo, l’autore incontra Mohammed. L’incontro descritto con particolare trasporto mette in luce un cambiamento interno che porta ad una analisi del tutto nuova del territorio e dei suoi abitanti.  Attentissimo è il racconto dei vari incontri con Mohammed, dove ritroviamo la sua vita, le sue difficoltà passate e presenti, la sua voglia di riscatto, di ricominciare, il suo ricordo della terra d’origine, la sua volontà di rientrare nella sua terra oggi ostile eppure sempre amata. Tutto è descritto in maniera sapiente con tratti concitati, permettendo al lettore di entrare all’interno di un mondo sconosciuto e di osservare la realtà quotidiana di questi non ancora cittadini.

Il sesto capitolo affronta le potenzialità che i cambiamenti tecnologici attuali riservano all’approccio biografico. Le tecnologie audiovisive hanno, infatti, cambiato la strutturazione della relazione con gli intervistati, così come il modo di restituire le interviste stesse. L’analisi del Rione Esquilino si è infatti potuta avvalere del supporto di un ipermedia, composto da varie forme comunicative in cui lo stesso fruitore può intervenire effettuando scelte e seguendo percorsi personalizzati.
Così facendo, secondo Attili, si disegna una nuova geografia del quartiere elaborata dal basso. Il supporto ipermediale permette di collocare le storie di vita in una dimensione temporale plurale, trascurata dall’urbanistica classica, ricomponendo la dicotomia tra l’immagine temporale e quella spaziale. Gli strumenti ipermediali sono dispositivi comunicativi e relazionali in grado di produrre stupore e, per questo, supporto all’esplorazione dei fenomeni di meticciato e delle trasformazioni urbane contemporanee.

L’ultimo capitolo descrive i racconti e le storie di vita come rappresentazioni di una conoscenza interattiva in grado di produrre nuove immagini degli spazi vissuti ed un nuovo modo di produrre le rappresentazioni urbane, perché cariche di soggettività. Le storie di vita creano una conoscenza complessa, sfaccettata, in grado di elaborare politiche che analizzano le diverse situazioni e le diverse domande. L’uso delle storie di vita permette, secondo l’autore, la comprensione approfondita dei diversi fenomeni, mediante un processo di sensemaking (Weick 1997).
In questa prospettiva, il processo di socializzazione degli stranieri, riscontrato all’interno del Rione Esquilino, viene assimilato ad un processo di sensemaking, nel quale gli abitanti storici del quartiere subiscono un vero e proprio shock, derivante dalla dimensione di ambiguità propria dei migranti, che a sua volta stimola la ricerca di altre cornici di senso. Nel momento in cui si conferisce il senso ad una situazione,, infatti, questa si modifica, diventando da caotica problematica, secondo una «relazione di disarmonia tra la realtà e le proprie preferenze».

Il governo della città, luogo di popolazioni differenti, deve comprendere le situazioni d’interazione sociale e ciò può avvenire mediante l’attivazione di processi di sensemaking. La pianificazione diventa arte significante in grado di elaborare quadri di riferimento e processi in cui si delineano orizzonti di senso, per far emergere nuove coordinate per l’azione e le pratiche territoriali.
Afferma l’autore che considerare la pianificazione territoriale come un’azione in grado di stimolare processi di sensemaking, costruiti dalla narrazione di sé, significa privilegiare la costruzione di significati elaborati dal basso, dai soggetti, cioè, che abitano i contesti territoriali. Le storie di vita elaborano, infatti, significati in grado di orientare le pratiche, innescando processi di empowerment che danno voce ai soggetti da sempre esclusi dalla pianificazione. L’autore conclude il capitolo ponendosi un importante quesito disciplinare «E’ possibile un’urbanistica – come – pratica – diffusa?» (Crosta 1998).
Supponendo le storie di vita come incubatori di pratiche territoriali in grado di produrre una conoscenza ordinaria e diffusa, la pianificazione deve assumere che non necessariamente la conoscenza esperta appartenga ai tecnici e quella ordinaria agli abitanti, ma che esse possono essere scambiate; inoltre l’urbanistica deve costruire il proprio orizzonte disciplinare coinvolgendo strategie individuali diffuse e pratiche territoriali insorgenti, che vanno al di là del monopolio dello stato sulle politiche pubbliche.

Ciò che propone Attili è una «pianificazione propulsiva, in grado di stimolare occasioni di sensemaking, mettendo in valore potenzialità sociali nascoste ed inoperose, attivando contesti di empowerment, moltiplicando le situazioni di apprendimento delle differenze. Una pianificazione meno normativa e più incline a far emergere istanze, azioni e politiche dal basso».

(Margaret Marcigliano)

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Altre info
Scheda da Le Monde Diplomatique

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1 comment so far

  1. Paolo Ricorsi on

    Mi sarebbe piaciuto che in una discussione sulla “città come nodo di flussi che s’incontrano e faticano a riconosceri”, il tema del riconoscimento (da parte degli stanziali verso i migranti), caro Attili, tu lo avessi affrontato, interpretandolo esplicitamente come riconoscenza, come gratitudine verso gli altri, come ammissione del debito verso qualcuno, aggiungendovi l’idea di un movimento di ritorno, gratuito, proprio come se venisse retituito un debito.


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