Riflessioni in pratica

Dopo la prova della giornata di ieri, Attilio Belli propone qualche considerazione sulla formula, sui primi esiti e sugli sviluppi futuri di questa iniziativa.
E sulla produttività del leggere davvero, benché si tratti di una azione difficile.

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Se la lettura è ben fatta …
di Attilio Belli

Dopo la  seconda giornata di discussione di “Maintenant l’urbanistica”, dei libri di Bianchetti e Perulli, di Attili e Pasqui, sembra possibile fare una prima consolante considerazione sulla formula dell’iniziativa.
La considerazione parte dal riconoscimento, quasi una sorpresa, degli autori per l’impegno che i presentatori e i discussant hanno messo nel leggere i libri, nel commentarli e nel discuterli insieme in pubblico. Sembra poca cosa, ma per chi conosce la prevalente superficialità delle tradizionali presentazioni di libri, risulta invece cosa significativa. Conferma l’affermazione che la lettura  appare di solito come  azione semplice, mentre al contrario  la lettura ben fatta è una delle cose più difficili che ci sia.

L’impegno della discussione si è concentrato  non solo sulle tesi dei testi, ma, come sollecitato dall’organizzazione dell’iniziativa, anche sulle chiavi interpretative premesse alla selezione e accostamento dei libri, e sul  confronto con alcuni temi affrontati nella prima  giornata. Si è cominciato quindi a delineare un iniziale senso complessivo delle difficoltà, ma anche di alcune indicazioni non “rovinose”, della ricerca urbanistica italiana, come anche della formazione e della professione.

Il tono per così dire fiducioso, “speranzoso”, della condizione dell’urbanistica italiana ha costituito  la linea portante dell’intervento di Lidia Decandia, che si contrapponeva al richiamo fatto nell’articolo sul Corriere della sera del filosofo francese Lévy, che, a partire dal terremoto abruzzese – certo, in una chiave diversa e più ampia – parlava di “un presente della rovina”. Cui si aggiungeva la considerazione sulla scorciatoia introdotta in merito alla ricostruzione dell’Aquila dal sindaco della città con il richiamo alla logica dell’intervento delle archistar.

I due libri sono sembrati utili soprattutto come risposte tentative alle difficoltà di alcuni paradigmi ormai logori.

Pasqui ha fatto riferimento all’insoddisfazione per l’approccio delle politiche, apparso per più anni un orizzonte ineludibile e risolvente, riprendendo  così la linea argomentava introdotta nella tavola rotonda della prima giornata da Carlo Donolo.

Attili ha strettamente legato l’oggetto dello studio prescelto (i flussi, e la memoria sedimentata nelle popolazioni che li animano) all’esigenza di accelerare la sperimentazione di nuovi strumenti di analisi e di nuovi dispositivi multimediali. Quest’ultimo aspetto ha avuto una prosecuzione, molto gradita da parte degli studenti, nel pomeriggio con la presentazione di un “ipermedia” sui migranti nella città di Roma.

La discussione sulla “provenienza” delle tesi teoriche sostenute dagli autori e condotta dalle due presentatrici (Lieto e Palestino) è riuscita ad andare oltre la costruzione rituale dello sfondo di ricerca, ma è stata utilizzata dai partecipanti all’incontro per cominciare a pensare ai modi per prospettare in futuro una estensione del senso dell’iniziativa promossa. Nella direzione di un più esplicito impiego in rapporto alla didattica a sostegno dei compiti specifici dell’urbanista (piani, progetti, strategie), come indicato da  Pasqui in riferimento all’esperienza avviata a Milano. Oppure, nella direzione di una nuova edizione di “Maintenant l’urbanistica” per il prossimo anno, introducendo nella discussione sulla ricerca emergente il confronto con testi storici, alcuni “monumenti “ del sapere sommersi o dimenticati.

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11 comments so far

  1. Daniela on

    Se così cattiva è la fama delle presentazioni forse dovremo iniziare a dire più esplicitamente agli autori invitati che queste di Maintentant *non sono delle presentazioni*.
    I libri selezionati e studiati dai dottorandi sono innanzitutto una occasione di incontro e confronto con autori, scuole, traiettorie di ricerca, riferimenti. Gli accoppiamenti tra testi/autori, discussant e relatori locali suggeriscono, invece, nessi non sempre scontati (talvolta, in verità, spericolati) tracciati, evidentemente, per provocare discussioni che restituiscano senso e ruolo alla ricerca e alle pratiche urbanistiche. Nonostante questo, però, le discussioni mi paiono ancora troppo timide e *acquietate*, direbbe forse la Bianchetti, un po’ troppo sbilanciate sui libri (sull’ora di Derrida) e meno orientate al “mantenere in vita”. Tenere gli autori un po’ più sulle chiavi di lettura e sugli spunti interpretativi invece che sulla presentazione dei loro testi potrebbe, forse, servire a tirare fuori maggiori stimoli per la discussione e, dunque, per la terapia ;)
    Alla prossima, ciao

    d

  2. Attilio Belli on

    E’ la tradizione dell’ascolto passivo e della “minestra preparata” che ottunde. Il programma ha offerto delle chiavi interpretative anche forzando i testi, io ho inviato dei suggerimenti scritti per la discussione richiamando gli autori (e prima lo avevo fatto anche con i presentatori) a partire da lì, proponendo dei nodi e dei confronti. Ma è vero che le discussioni sono ancora molto timide. Bisogna adottare tutti un “discutiamo insieme”. Comunque se riuscisse tutto facilmente non ci sarebbe bisogno di invocare il “mantenere in vita”…

  3. d.l. on

    daniela (quella del commento 1, che non sono io) mi chiede se si può mettere un’immagine nei commenti
    Ho appena fatto una prova: non si può.
    Si può mettere un link a una immagine, o a un file, di qualsiasi tipo, pdf compreso.
    Tipo così: ceci n’est pas

    @ Attilio
    vero. Forse però si potrebbe facilitare il distacco degli autori dai loro testi spostando più avanti nel tempo il loro intervento.
    per es. presentatori, discussant, primo tentativo di dibattito, autori (anche se nessuno è intervenuto), secondo tentativo, etc.

    ps. “discutiamo insieme” eviterei… non porta affatto bene
    :)

  4. Attilio Belli on

    Concluderei il ciclo delle giornate di maggio con la struttura che ha. Solleciterei i presentatori a stimolare di più gli autori intorno a pochi, chiari nodi problematici comuni tra i due o tre libri(meglio se colti nelle loro differenze), comunicherei questa esigenza agli autori,inviterei a fare domande in questa direzione. Per il ciclo di giugno studierei forme comunicative più coinvolgenti, riflettendo sul successo dell’ipermedia del pomeriggio di giovedì scorso.Si devono ridurre i tempi delle presentazioni e aumentare quelli degli autori.

  5. d.l. on

    ok…

    sul successo dell’ipermedia, però, ci andrei cauta. Ché una parte del successo potrebbe essere legata al (noto criticato, su cui riflettere eccetera) prevalere attuale (nei ggiovani) di una cultura (audio)visiva e/o alla dis-abitudine alla lettura e così via.
    Senza nulla togliere al lavoro di Vanni, ovviamente, può darsi che l’invito a “vedere” l’ipermedia — un po’ paradossalmente — si sposi meglio con la “tradizione dell’ascolto passivo e della minestra preparata” di cui parli nel commento di sopra.

    ps. invito agli studenti, dottorandi compresi (ove mai passino di qui)
    Approfittando della possibilità di nickname (magari, ma magari anche no), ci direste che ne pensate di questo specifico punto? Che cosa può rendere più friendly (meno incomprendibili, meno … noiose, più interessanti: mettetela come volete) le giornate di discussione?

  6. Daniela on

    scusate se ricompaio e insisto ma la cosa mi pare divertente…
    nel successo complessivo dell’iniziativa io ponevo un piccolo rilievo sulle “discussioni ancora timide”. tale rilievo, per me, è legato alle attese più ambiziose dell’iniziativa Maintenant rispetto alle sorti della disciplina e non il DIBBBBATTITO x il DIBBBBATTITO sul modello post corazzata potemkin irriso da Fantozzi…
    più esplicitamente, trovo che sia una occasione un po’ sprecata se presentatori, discussant e autori dei diversi testi/pretesti – i quali sono, innanzitutto, studiosi di pianificazione o urbanistica che dir si voglia – si trovano insieme e parlano solo dei libri e, peggio, ciascuno del proprio… per questo suggerivo di provare a ribadire agli autori che Maintenant non è una presentazione di libri…
    da qui, senza fare modifiche (anche visto il fitto programma di incontri e ospiti già previsto) suggerivo solo di insistere nel tentativo di far stare gli autori maggiormente sui punti della discussione evidenziati dai presentatori e dal discussant.
    anche per questo condivido sia l’ipotesi mettere in evidenza le differenze tra i testi più che le analogie, sia quella di anticipare l’intervento del discussant.
    poi si da un tempo certo agli autori per un primo giro di risposte e aperture del ragionamento sui temi più generali che i lori testi pongono (all’attenzione disciplinare, alla comunità scientifica, alla società, alla politica, etc.) e, infine, ripasserei la palla a presentatori, discussane, autori e, auspicabilmente, al pubblico…
    naturalmente non mi aspetto che con queste piccole modifiche si possano immediatamente animare le discussioni e le interazioni tra “il tavolo” e “le sedie” ma, forse, riusciamo a uscire dalla semplice “presentazione” e (anche solo a partire “dal tavolo”) si riesce ad andare oltre i libri e un po’ più verso il “mantenere in vita”…
    detto questo, penso che l’incontro pomeridiano, invece, avesse diverse finalità e obiettivi rispetto alla mattina, per cui non troverei corretto ascrivere le reazioni suscitate all’ipermedia in sé (rispetto al quale condivido le perplessità di d.l.) e andrebbero considerati, invece, pure importanti aspetti di setting (maggiore informalità dell’incontro, rottura ‘del ghiaccio’ iniziale da parte di un ostinato studente, ex aula del consiglio che molti continuano a preferire alla fredda pomposità dell’aula 10… per esempio…etc.)…
    a presto,

    d

  7. Alessandra Rocca on

    Riguardo all’ incontro di giovedi 14_
    “Nuovi soggetti della città”
    La città come nodo di flussi che s’incontrano e faticano a riconoscersi
    Dal mio modesto e limitato punto di vista, l’utilizzo delle analisi qualitative rappresenta una reale possibilità di dare nuova linfa all’urbanistica; con estremo piacere scopro di seguire una strada che in molti già percorrono e della quale hanno indagato metodologie e possibilità di sintesi.
    “Comunicare la conoscenza e dunque innescare il dibattito”(Attili). Credo che questa affermazione sintetizzi bene anche lo scopo stesso di queste giornate di studio.
    Il dibattito riguardo alle forme ed all’uso della città è, a mio modo di vedere, una dinamica che bisognerebbe innescare a tutti i livelli della società.
    La mia fiducia nella comunicabilità del sapere attraverso il dialogo e nella capacità di esperti e professionisti di farsi piccoli ed abili ascoltatori di voci troppo deboli o disarticolate per effettuare autonomamente e compiutamente la loro comunicazione, si accalora ed entusiasma davanti all’ affermazione di Pasqui “No alla soggettività sovrana tipica dell’urbanistica”.
    Il prof. Belli vero Discussant (con l’accezione di colui che mette in discussione le tesi presentate)) propone a gli ospiti di ragionare attorno a quella che è la dimensione storico-politico dentro la quale tutto ciò avviene riassumendo Tronti “la società dopo il fallimento delle due rivoluzioni proletaria e reazionaria è composta oggi da un corpaccione borghese che opprime piuttosto che suggerire” mette in luce, in realtà, l’attualità della necessità dell’interpretazione delle “popolazioni come fasce di pratiche”(Pasqui) e dunque dell’utilizzo di metodi alternativi per il reperimento delle informazioni sugli utenti (analisi qualitative) e degli strumenti per l’attuazione del progetto di piccola o grande scala che sia “Il governo del territorio può essere orientato da letture complesse della città” (Pasqui)
    La prof. L. Decandia nel suo intervento getta un paio di semi e fa luce su questioni che mi tormentano da qualche anno :
    Cos’è che da la possibilità di un senso identitario allo spazio??
    “L’identità come scelta collettiva riguardo al dire” (Decandia)
    Cosa manca all’urbanistica che mi circonda ???
    “Tempo ed invisibile ritornano a far parte del ragionamento sulla città” (Decandia)
    Aimè, siamo ancora alla fase del ragionamento, purtroppo, e elementi ormai diffusi nella pratica internazionale in maniera meno poetica con il concetto di breve, medio e lungo periodo sono ancora assai lontani dai cantieri e dalle operazioni urbanistiche che mi circondano nelle immediate vicinanze, , così come lo sono la sensibilità e la tutela dei soggetti deboli (invisibili)
    Spero di non aver troppo travisato le informazioni che ci si è scambiati giovedì scorso, nel qual caso vi prego di puntualizzare le vostre posizioni o rilevare le inesattezze.
    A questo proposito ed in chiusura mi sembra interessante segnalare un altro aspetto che credo sia di grande valore nell’impostazione metodologica del lavoro di ricerca di Giovanni Attili, l’importanza della dichiarazione del “se” che esegue l’indagine ed elabora i dati, con la finalità di oggettivare i risultati ottenuti. Un modo di fornire l’elemento da sottrarre al risultato ottenuto, per averne una visone più netta ed imparziale.

  8. flavia schiavo on

    … scrivo in ritardo dopo aver partecipato (come auditrice silenziosa) alla bella kermesse di apertura di “Maintenant l’urbanistica”, un percorso-programma di studio e di formazione a latere (è una filiazione del Dottorato), caratterizzato da un gene proprio degli eventi di razza: il gene che garantisce la continuità della riflessione e del pensiero.

    Non si tratta, infatti, di una giornata di Studio o di un Convegno isolato (eventi cui, certamente, si riconosce grande valenza e ruolo), ma di un ciclo di incontri connessi, germinati e nati per e intorno ad un “oggetto” amato e, insieme, odiato, una bête noire, una magnifica ossessione, la
    nostra balena bianca: l’urbanistica. nei confronti della quale è attivo, però, un processo inverso a quello che punta all’annientamento. Vogliamo infatti che essa viva, o meglio, riviva.

    L’iniziativa ha notevole impatto e interesse. per i temi, per i protagonisti coinvolti, per la modalità e, forse soprattutto, perché muove e sollecita i ricercatori in formazione (sia gli “aborigeni”, sia i “nomadi” cioè quelli di passaggio), sviluppando, coniugando, due abilità fondamentali del
    “mestiere”: la lettura e la scrittura.

    Il ricercatore è, infatti, insieme, autore (cioè creatore dei testi da leggere) e lettore (interprete che decifra, e nella fattispecie, in una prospettiva fortemente intertestuale, i testi e li “restituisce”, tramite la recensione critica, in questo caso.

    Il ricercatore è, dunque ed innegabilmente, soggetto deputato alla produzione culturale e alla interpretazione della stessa, processo che viene condotto, anche, riconducendo il testo al contesto . (pare un bisticcio lessicale ma, giuro, non lo è). e mi preme sottolineare, inoltre, che leggere i testi in una prospettiva intertestuale vuol dire affermare che essi siano parte costitutiva di un sistema.

    Trattandosi di appunti da blog mi fermo, chiedendo perdono. Aggiungendo che un ulteriore aspetto seducente dell’iniziativa è dato dalla mixitè umana: persone molto diverse che possono essere osservate, per esempio dai dottorandi, come latori di una duplice forza, quella delle idee espresse e quella relativa alle modalità di comunicazione delle stesse, veicolate con efficacia e tramite strategie che potrebbero diventare oggetto non-banale di riflessione.

    In conclusione, chiedendo scusa per queste stolte e disarticolate riflessioni, secondo me l’anno prossimo il gioco dovrebbe (DEVE) andare avanti . e mi permetto di proporre una piccola variazione, una proposta: perché oltre al corpus di testi contemporanei selezionati, meritevoli e di grande interesse, non affiancare – per analogia e/o differenza, o familiarità – un “classico” selezionato sempre dai dottorandi? (e suggerisco ai poveretti una ulteriore fatica, e alcuni approfondimenti: leggete per esempio, sempre dopo l’imprimatur del Coordinatore e del Collegio, alcuni scritti di G. Steiner e il bel libro di I. Calvino, che mi pare si intitoli: Perché leggere i classici?).

    Provo ad essere più precisa e circostanziata: per l’incontro sul paesaggio, al quale spero di partecipare, avrei proposto un testo – in controcanto – tra quelli vergati da A. von Humboldt (una fantasmatica, ma significativa presenza)… per scandagliare in una prospettiva diacronica l’origine (presunta, possibile – ? – , dell’idea di paesaggio contemporaneo) e il suo corso evolutivo. per costruire una biblioteca che guardi il presente, ma concepisca il tempo come un sistema aperto, accessibile, in cui poter entrare, aprendo varie porte .. per studiare città, territori, veri e rappresentati, nella lunga durata. Le città e i territori sono fatti di oggetti, idee, sono fatti di libri, sono raccontati nei libri; esattamente come tutti noi.

    flavia

  9. Attilio Belli on

    Questi due ultimi interventi (Rocca e Schiavo)attenti, informati e argomentati aprono il cuore alla speranza. Il sogno sarebbe che i dottorandi, che hanno schedato i libri, gli studenti che si potrebbero leggere le schede, quelli che hanno girato nel blog e hanno avvertito il senso di “Maintenant”, rompessero gli indugi e partecipassero al dibattito. Tanto tuonò che piovve?!

  10. enrico formato on

    Mi sembra che uno dei fili rossi che lega le tre giornate di presentazioni e dibattiti riguardi il rapporto dell’urbanistica con la modernità. Si tratta di un filone del dibattito che si è mostrato solo indirettamente nelle discussioni ma che è stato sempre presente nelle argomentazioni. La stessa proposta di “riesumare” i classici dell’urbanistica (necessariamente moderni, o no?) mi sembra introdurre un ulteriore elemento di interesse rispetto ad alcune domande: come ci poniamo rispetto la modernità? Si può ancora imparare dalla modernità?
    Nella seconda giornata spesso i presentatori e gli autori hanno detto cose del tipo: “bisogna definitivamente liberarsi del ‘900”, “questo è ancora moderno!” (con tono di biasimo…), ecc. Ma poi, mi chiedo, non è che rifiutare la dimensione intuitiva del progetto, la capacità interpretativa individuale, le pratiche induttive dell’arte (lo so questo è veramente troppo…ma forse potrò usare Quaroni come scudo) cercando invece di “moltiplicare gli sguardi” ed affinare i tipi di analisi, non si risolva in un naturalismo inefficace, vera base per i positivisti che, come Properzi nella prima giornata, sostengono che va sezionato il processo (il termine non è casuale…): distinguendo analisi (qualitative o quantitative, poco importa), valutazioni e soluzioni (asetticamente confezionate).
    Nella giornata di ieri avevo anche pensato di intervenire (!) per chiedere ad Angelo Sampieri di spiegarmi meglio il senso di un breve paragrafo – che ha il significativo titolo “genealogie” – in cui mi sembrava di aver capito che l’autore facesse in qualche modo derivare il paesaggismo di oggi da alcune linee di ricerca del moderno: i pattern insediativi di Hilberseimer, l’espressionismo astratto di Mies Van der Rohe, le proposte di Alison Smithson (team X). Dato che questa è una delle linee di ricerca della mia tesi di dottorato ed uno degli argomenti che anche oggi cerco di approfondire (ovvero leggere la città di oggi come “conseguenza estrema del moderno”) avrei dunque voluto chiedere di spiegarmi meglio questa tesi che, in verità, nel libro è solo abbozzata. Dico “avrei voluto chiedere” perché invece è successo questo: Lanzani ha detto a Sampieri (che non ha poi ribadito) che non era molto d’accordo con la tesi di far derivare il paesaggismo da forme di neo-comunitarismo anti-moderne (!?!). Lanzani sosteneva invece (ma non era questa anche la tesi di Sampieri?) che il paesaggismo è disciplina assolutamente moderna, che non esiste paesaggio al di fuori del paradigma moderno.
    Insomma mi sembra regni un po’ di confusione, almeno a me a tratti sfugge il filo del discorso… Sicuramente l’idea di ripartire dai classici potrebbe aiutare.

  11. enrico formato on

    …scusate, dopo “(asetticamente confezionate)” ci va il punto interrogativo. Così magari si capisce un pò meglio…


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