I libri della terza giornata/ Sampieri

cover sampieri Angelo  Sampieri, Nel paesaggio, Donzelli, Roma 2008

Dopo le prime pagine del denso libro di Sampieri, ci si potrebbe chiedere se non sarebbe stato meglio definire preliminarmente l’oggetto del discorso, estirparlo dalla prateria teorica dove “tutto è paesaggio”, fornendone una propria definizione sulla quale successivamente intendersi.
La risposta arriva, però, qualche pagina dopo, nel capitolo sulla dimensione comunicativa del paesaggio. Nella varietà di riviste e contributi teorici che si muovono attorno a questo tema, viene riconosciuta una sfocatura di fondo, un’incertezza definitoria, un’idea a volte vaga — o astutamente vaga — di paesaggio che tuttavia, di contro, aiuta a comprendersi, apre la discussione, accoglie contributi che concetti univocamente definiti rifiuterebbero improvvidamente.

In questo modo, a questa sorta di malinteso viene affidato un compito comunicativo importante, scevro di pregiudizi e di grumi irrisolti nel linguaggio. Il risultato ultimo è che con il paesaggio “ci si capisce meglio” e su di esso oggi converge un consenso straordinario che ne garantisce il successo disciplinare e mediatico, ne legittima l’approccio come momento di garanzia sociale di un bene comune, e ne afferma forme di tutela che solo con difficoltà vengono messe in discussione.
Questo concetto di paesaggio, consacrato a livello operativo a mezzo di norme e vincoli, è il passaggio ultimo di quella dimensione dello “slittamento” che il libro individua come un percorso temporale e teorico, lungo il quale il “discorso sul paesaggio” è passato dai temi del progetto urbano, dell’urbanistica degli spazi aperti, a quelli della crescita discontinua e diffusa di urbanità, per riassumersi nella moderna nozione di paesaggio, nuovo contenitore di questioni concettuali, ma nel quale è forte la dimensione del sapere pratico, della connoisseurship, che si trasmette col mestiere e con l’esempio, più che con una metodologia codificata. Un percorso che lentamente ha consentito al paesaggio, come categoria del progetto, di conquistare il pubblico che il progetto di territorio ha perso chiudendosi in pratiche che Sampieri definisce mistiche, rivolte entro se stesse e fuori dall’immaginario di tutti.

Anzi, in alcuni casi, ci si avvia ad una sorta di avvicendamento, come nel landscape urbanism, offerto alla discussione qualche anno fa da Charles Waldheim, il cui campo di saperi e pratiche ha condotto, soprattutto negli ultimi anni, a considerare il paesaggio come urbanistica (Landascape as Urbanism), “alludendo così, non tanto a una somiglianza o coincidenza, ma a una sostituzione. Un subentrare in luogo di“. Una disciplina, quella del paesaggio, che “dispone di strumenti più efficaci, più aderenti alle condizioni, più adeguati alla soluzione dei problemi di quelli elaborati entro una tradizionale cultura del progetto per la città”.
Questa legittimazione, sostanziata da una condivisione di obiettivi e riconoscibilità dei modi di intervento, viene ricondotta da Sampieri alla figura della sospensione, dove a prevalere è l’apparente leggerezza dell’intervento, la plausibilità del suo essere reversibile, l’utilità del suo essere in grado rielaborare materiali dati.

Per sostenere queste riflessioni, il libro si rifà all’identità olistica del paesaggio (una delle cinque dimensioni, anche se forse la meno originale, con le quali l’autore propone il suo discorso sul paesaggio) interpretata come “un tutto, una totalità organica e conclusa”. Un olismo pervasivo, supportato dall’ecologia, dalle onnipresenti tematiche ambientali e da sensi di “eco-appartenenza”, che legittimano, con ulteriore vigore, le azioni “con” il paesaggio e i grandi progetti di suolo.
Ma il paesaggio diviene anche la parola più utilizzata nei discorsi che riguardano l’abitare, non tanto nello spazio privato dell’alloggio, ma nella simbiosi pubblica dell’essere-in-comune che favorisce un’idea “morbida e aperta di comunità”, sollecitata da quell’umanesimo di ritorno utilizzato da Sampieri come un’ulteriore dimensione descrittiva che rivaluta un’accezione ampia di cultura dello spazio aperto, fino ad arrivare ad un vernacolare che rielabora gli studi di J.B. Jackson.

Il libro, in definitiva, si misura con un concetto di paesaggio che sembra diventato la lente ottimale attraverso cui la città contemporanea si rappresenta, proficuamente vago nella confusione delle scale e delle misure, ma proprio per questo esposto a una facile elusione di alcune questioni essenziali attorno al ruolo del progetto e della sua responsabilità nei confronti della città e dei cittadini, della “sfera pubblica”. Un tema, quest’ultimo, richiamato nella post-fazione di Cristina Bianchetti, che si chiude rievocando quel salto nel vuoto del dopo-modernità, in cui il progetto di paesaggio riesce, con una leggerezza che oggi manca alle pratiche e alle tecniche del progetto urbanistico, ad affrontare e, forse, a risolvere.

[Giuseppe Guida]

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