I libri della terza giornata/ Zanfi

zanfi_cover_bis Federico Zanfi, Città latenti. Un progetto per l’Italia abusiva, Bruno Mondadori, Milano 2008

Qualità latenti della città abusiva In nessun caso la città appare considerabile come un prodotto esogeno alla società che lo produce, scisso dai modelli di produzione, dagli strumenti di potere e di governo, dallo sviluppo culturale e tecnologico. Tale osservazione risulta particolarmente utile nell’indagare la proliferazione di nuove forme urbane che paiono vanificare il concetto stesso di città.
In che modo il fenomeno dell’abusivismo può essere letto in un quadro di consapevolezza e di vincoli diverso dal passato? Quale punto di vista adottare al fine di elevare gli ambiti non pianificati al rango di città? Quale utilità riveste questa riconsiderazione all’interno del dibattito disciplinare?

Il testo di Zanfi mette in luce le caratteristiche di una “città invisibile” che non può essere più interpretata attraverso la mera contrapposizione tra legale ed illegale, tra ordine e disordine (1) ; non più riconducibile alla sola speculazione edilizia o al discorso sull’intransigenza e rigidità delle regole urbanistiche; non più trattabile secondo approcci estetizzanti, legalisti o emergenziali.
Allo stesso tempo gli insediamenti abusivi, apparentemente diffusi in maniera indistinta ed uguali a se stessi, sono analizzati a partire dalla loro differente ontogenesi, tentando di evidenziare peculiarità intrinseche, “latenti”, di un vero e proprio modo di fare città, in riferimento alle sue caratteristiche eminentemente sociali.
Se da un lato le proprietà discernibili all’interno del fenomeno dell’abusivismo diffuso — come l’informalità, la frammentarietà, l’adattabilità — sono frutto di una marcata individualizzazione, esse manifestano dall’altro un’irriducibile “democratizzazione della città” (in altri termini una balcanizzazione (2) ) che porta però con sé delle esternalità negative non trascurabili a livello sociale ed ambientale ed un progressivo logoramento dei beni comuni. Lo scenario sociale di proliferazione del fenomeno è quello in cui la sregolazione (3) si erge a nuovo “senso comune condiviso, con gravi ricadute sulla sfera pubblica”.

La città abusiva si configura come un organismo apparentemente irriducibile alle regole della pianificazione. Allo stesso modo in cui l’iperregolazione cresce su se stessa nel tentativo di correggere le aberrazioni — producendo una conseguente spinta verso la deregolazione — anche la sregolazione si auto-incrementa, fino al punto in cui “l’universo sregolato diventa norma sociale” (Donolo, 2001).
La capacità di “apprendere preferenze migliori” — già richiamata da Donolo — rappresenta, secondo Zanfi, un modo per scalfire “un immaginario collettivo in cui il singolo è simbolicamente alienato dalla dimensione pubblica”.

L’autore sottolinea la necessità di leggere la città come un arcipelago in cui ciascun tessuto abitato viene inteso come un’isola dotata di caratteristiche proprie, abbandonando il presupposto secondo il quale un centro pianificato abbia “valori di urbanità” non rintracciabili nella periferia non pianificata, ma considerando invece questi elementi come frammenti di un sistema molteplice.
L’arcipelago, per considerarsi tale, non può essere inteso come un insieme indefinito di frammenti non relazionati, ma esiste proprio nella relazione tra questi, nel fatto che “i frammenti convivono in quanto inevitabilmente separati” (Cacciari, 1997). A tale riguardo, il testo di Zanfi non si riferisce alla polarizzazione sociale e politica legata alla figura dell’arcipelago (4), ma alle sue proprietà spaziali e funzionali.
Negli insediamenti abusivi lo spazio negativo richiamato da Zanfi, inteso nell’accezione di De Geyter (2002), è quello “in cui più chiaramente può leggersi l’assenza di un’idea condivisa di città e di bene comune”; non si tratta semplicemente di uno spazio vuoto o non costruito, ma di uno spazio che “si carica di una dimensione antropologica”, diventando “spazio dell’incuria e dell’abbandono” e che proprio per tale motivo costituisce un ambito privilegiato per approcci alternativi.
“Non si tratta di conservare, preservare, limitare, impedire […]:  si tratta di modificare, reinterpretare” (Secchi, 1989);  si tratta di leggere le contraddittorietà non per appianarle, ma per dare loro una forma (Cacciari, 2004) attraverso una “trasformazione creativa dei materiali esistenti”.

[Rosa Pascarella]

(1)  A tale proposito è forse utile richiamare la tesi di Boudon (1984) sul disordine come elemento imprescindibile e prodotto delle interazioni sociali, condizionato dal contesto nel quale si sviluppa.
(2)  Con il termine balcanizzazione Weiss definisce i processi di auto-organizzazione che hanno caratterizzato la maggior parte delle città balcaniche, intendendo il fenomeno come reazione locale alle spinte della globalizzazione (cit. in Zanfi, 2008).
(3)  “La sregolazione è uno stato sottoprodotto […]. Si tratta di un regime opportunistico, nel senso che gli attori scambiano vantaggi immediati certi contro costi futuri certi. Nella sregolazione le preferenze degli attori diventano sempre più adattive, mentre cresce l’incapacità di apprendere regole migliori.” (Donolo, 2001).
(4) Cosa invece evidente in Petti (2007), il quale, a partire dalle tesi di Agamben sul campo come materializzazione dello stato di eccezione, analizza i processi di inclusione ed esclusione sociale legati alla figura dell’arcipelago e dell’enclave.

Testi citati
Boudon R. (1984), Il posto del disordine, Il Mulino, Bologna.
Cacciari M. (2004), La città, Pazzini.
Cacciari M. (1997), L’arcipelago, Adelphi, Milano.
Donolo C. (2001), Disordine. L’economia criminale e le strategie della sfiducia, Donzelli, Roma.
Petti A. (2007), Arcipelaghi e enclave. Archiettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano.
Secchi B. (1989), Un progetto per l’urbanistica, Einaudi, Torino.

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